Nel dialogo conclusivo della rassegna con Manuel Massimiliano La Placa, Luca Crovi ha delineato le spietate e complesse dinamiche storiche alla base del suo nuovo romanzo, L’aquila e i lupi. L’opera si allontana dalle celebrazioni canoniche dell’Antica Roma per esplorare un conflitto crudo e logorante. La guerra contro i Marcomanni costrinse l’esercito romano ad affrontare un nemico capace di resistere per 14 anni, decimando le legioni attraverso una spietata guerriglia, un’impresa di logoramento riuscita prima d’allora soltanto ai Cartaginesi. Al centro della narrazione emerge un ritratto inedito dell’imperatore Marco Aurelio. Ricordato oggi come il celebre imperatore filosofo, i cui scritti sono divenuti un manuale motivazionale amatissimo—testi che in realtà, essendo diari privati, avrebbero dovuto essere bruciati—nel romanzo mostra il lato più cupo del potere, costretto a prendere decisioni terribili pur di evitare il crollo dell’Impero. I romani, forti di condotte brutali come il genocidio perpetrato in passato contro i Galli e l’abitudine di sottrarre donne e bambini ai popoli germanici, si trovarono spiazzati dalle condizioni ambientali. Costrette a penetrare nelle foreste nere del Nord, le legioni dovettero abbandonare i mezzi pesanti e le corazze. Il concetto stesso di confine mutò profondamente: il limes, inizialmente inteso come una “zona franca” di scambio e permeabilità, si trasformò progressivamente in una logica di barriera fisica invalicabile, anticipando opere come il Vallo di Adriano. Accanto all’imperatore saggio spicca il co-reggente Lucio Vero, descritto come un uomo d’istinto incline a compiere grandi stupidaggini, considerato un “menagramo” per aver portato la peste in Pannonia. Crovi ricostruisce lo scontro di civiltà evidenziando il ruolo centrale delle donne nelle tribù germaniche. Mentre nel mondo romano il rispetto era spesso riservato alle ricche matrone—con le donne del popolo considerate quasi “usa e getta” nei contesti di guerra—le donne marcomanne erano fiere guerriere, combattenti alla pari con gli uomini e custodi del bene spirituale della loro comunità. La guerra psicologica fu devastante e alimentata da una profonda rabbia: i Marcomanni terrorizzavano le legioni vestendosi da lupi e praticando una violenza efferata, tra teste mozzate e cadaveri inchiodati agli alberi. Crovi ha rivelato come l’utilizzo del termine berserker nel testo sia una licenza poetica per descrivere questa furia bellica, ricordando che i primi grandi studiosi a indagare sul mito dei lupi mannari furono proprio Plinio il Vecchio e Galeno. Proprio Galeno, figura di straordinario genio medico che aveva affinato le sue tecniche suturando le gravi ferite dei gladiatori, è un altro assoluto protagonista del romanzo. A lui sono affidate indagini storiche e scientifiche sorprendenti derivate dallo studio di testi antichi: fu proprio Galeno a ipotizzare la vera causa della morte di Cleopatra, individuandola non nel morso di un aspide ma nell’uso di una cannula avvelenata. Nel romanzo, la vera nemica invincibile sul campo di battaglia è però la peste, un morbo incomprensibile che decima inesorabilmente l’esercito romano, ma al quale i Marcomanni sembrano inspiegabilmente immuni. Una volta portata a Roma dai soldati di rientro dal fronte, questa devastante epidemia—già citata nelle Georgiche per i suoi effetti sugli animali—si protrarrà per ben 16 anni, segnando in modo indelebile un’intera epoca della storia imperiale.















