Adriano Monti Buzzetti ha raccontato magnificamente la storia di un genere letterario, la fantascienza, dalle radici antiche e profonde, capace di servirsi dell’artificio del fantastico per esplorare con straordinaria efficacia i grandi temi dell’esistenza umana.
Si parte dalle tracce più remote: l’Epopea di Gilgamesh (XII sec. a.C.) con Enkidu — creatura artificiale plasmata dagli dèi — e il diluvio narrato da Utnapishtim; l’Atlantide di Platone (Timeo e Crizia, ca. 360 a.C.), civiltà ipertecnologica inghiottita dalla catastrofe; fino alla Storia vera di Luciano di Samosata (ca. 160 d.C.), che porta il suo equipaggio sulla Luna fra Seleniti ed Eliotai in guerra per il possesso di Venere — primo viaggio spaziale, primo contatto alieno, prima guerra fra mondi della letteratura: l’intero DNA della fantascienza già scritto.
Il viaggio attraverso i secoli incontra poi nomi insospettabili della grande letteratura, tutti capaci di piegare gli espedienti del genere ai propri scopi narrativi e filosofici: Tommaso Moro con l’Utopia (1516), Francis Bacon con la Nuova Atlantide (1627), Johannes Kepler con il Somnium (1634, primo vero racconto astronomico-fantastico), Cyrano de Bergerac con L’altro mondo (1657), Jonathan Swift con i Viaggi di Gulliver (1726), Voltaire con Micromégas (1752); e in Italia Dante con il viaggio cosmico della Commedia, Ariosto con il volo lunare di Astolfo nell’Orlando furioso (1532) e l’enigmatica Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna (1499).
Si arriva così all’estate del 1816 — l’”anno senza estate” causato dall’eruzione del Tambora che oscurò i cieli europei. Mary Shelley, Percy Bysshe Shelley, Lord Byron e John Polidori, bloccati dal freddo a Villa Diodati sul lago di Ginevra, si sfidano a scrivere ciascuno una storia di fantasmi. Da quella sfida nascono Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo (1818) di Mary Shelley, atto fondativo della fantascienza moderna con la sua creatura assemblata e rianimata dalla scienza, e Il vampiro (1819) di Polidori, archetipo dell’horror gotico ottocentesco. Una catastrofe climatica planetaria genera così, in una stanza affacciata sul lago, il mito del demiurgo scientifico — Prometeo moderno — che aprirà la via a Stevenson (Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, 1886), Wells e all’intero immaginario novecentesco.
Da lì il filone si dirama in autori talora inaspettati: Edgar Allan Poe, Nathaniel Hawthorne, Arthur Conan Doyle (Il mondo perduto, 1912), Mark Twain (Un americano alla corte di re Artù, 1889), Edgar Rice Burroughs con il ciclo marziano di John Carter, Rudyard Kipling; e in Italia Giacomo Leopardi con le Operette morali, Ippolito Nievo, Filippo Tommaso Marinetti, Giovanni Papini, Tommaso Landolfi, Luigi Pirandello e Dino Buzzati (Il deserto dei Tartari a parte, si pensi ai racconti fantastici e a Il grande ritratto, 1960).
Si giunge poi ai grandi padri riconosciuti: Jules Verne con i suoi Viaggi straordinari (dal 1863), H.G. Wells con La macchina del tempo (1895), L’isola del dottor Moreau (1896) e La guerra dei mondi (1898), Emilio Salgari con le incursioni fantascientifiche delle Meraviglie del Duemila (1907); e a est il russo Aleksandr Bogdanov con Stella rossa (1908) e il ceco Karel Čapek, che in R.U.R. (1920) conia la parola robot, dal ceco robota — lavoro forzato.
Arrivano gli anni Venti e l’esplosione delle riviste pulp: Weird Tales (1923), che ospita H.P. Lovecraft, Clark Ashton Smith e Robert E. Howard, e Amazing Stories, fondata da Hugo Gernsback nell’aprile 1926, prima rivista interamente dedicata alla “scientifiction”. Accanto alle ripubblicazioni di Poe, Wells e Verne, Amazing Stories diventa rapidamente la culla dei nomi destinati a definire la Golden Age: Isaac Asimov, Robert A. Heinlein, Arthur C. Clarke, Ray Bradbury, Philip K. Dick.
In Italia, nel 1952, grazie a Giorgio Monicelli — cui si deve anche la stessa parola “fantascienza” — nasce la collana I Romanzi di Urania per Mondadori, destinata a diventare il punto di riferimento assoluto degli appassionati italiani fino ai giorni nostri.
Una storia straordinaria, dunque, costellata di capolavori assoluti della letteratura mondiale e capace di influenzare in profondità la cultura a tutti i livelli, da quella popolare alle espressioni più alte: basti pensare a Solaris di Andrei Tarkovsky da Stanisław Lem (1961) e a 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick da Arthur C. Clarke (1968), opere in cui il genere raggiunge la piena dignità filosofica e artistica.















